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In un libro la storia del rapporto controverso della Svizzera con gli emigranti italiani. Il ricercatore: “Si pensava fossero a tempo determinato”

di Raffaella Brignoni
Le vicende migratorie non sono affari privati perché nelle retrovie si trovano politica e notevoli interessi economici. La Svizzera, patria della Croce Rossa, non sfugge a questo meccanismo. In prima linea, invece, schierati come soldatini pronti al sacrificio, le lavoratrici e i lavoratori sulle cui spalle si sono riempite, in questo caso, le casse elvetiche e italiane. La migrazione, che fa rima con sacrificio, è stato elemento di benessere e avanzamento della società, seppur fra tensioni e rigide leggi. Se ne parla nel saggio “Breve storia dell’emigrazione italiana in Svizzera” di Toni Ricciardi.

Toni Ricciardi, ricercatore italiano all’Università di Ginevra, è storico delle migrazioni. Già, esiste anche questa specializzazione, che in Ricciardi assume particolare valore perché l’emigrazione nel nostro paese lo studioso la conosce sì attraverso i documenti, ma anche sulla sua pelle: l’ha vissuta dapprima come figlio di una coppia irpina emigrata in Svizzera con bimbo appresso, segretamente nascosto alle autorità federali, e oggi dalla posizione certamente più agevole di accademico.
C’è passione nel suo lavoro, e la si avverte, ma anche il rigore scientifico di chi vuole restituire alla storia la sua giusta… storia. Con Donzelli l’autore ha da poco pubblicato “Breve storia dell’emigrazione italiana in Svizzera”: ne approfittiamo per ricostruire attraverso il fenomeno migratorio parte importante del passato, del presente e dell’identità elvetica, costruitisi anche nel rapporto (economico, giuridico, sociale) con lo straniero.
«LaSvizzera ha iniziato molto tardi a ragionare su se stessa come terra d’immigrazione. Per decenni nel secondo dopoguerra ha continuato a immaginare il fenomeno come una questione temporanea e il suo sistema normativo, basato appunto sulla provvisorietà dei lavoratori, è andato in cortocircuito. Gli aggiustamenti legislativi non hanno portato a soluzioni perché si sono scontrati con il sistema economico che necessitava di braccia» evidenzia lo storico.
Ma quanto ha inciso l’emigrazione nel nostro paese e come lo ha cambiato? Partiamo dalle ultime frasi che concludono l’intervista: «Puoi cercare di evitarla, di bloccarla, di controllarla, ma l’emigrazione è stato un avvenimento totalizzante, che ha cambiato in nuce la storia di questo paese. E non è stato un fenomeno a senso unico: i “terroncelli” non sono stati civilizzati dai contadini ticinesi o dagli imprenditori zurighesi, ma c’è stata una contaminazione reciproca nella vita quotidiana, che ha portato a cambiare le proprie abitudini. Questo significa che l’emigrazione è il valore aggiunto di crescita nei processi di civilizzazione delle persone, portando benessere e facendo avanzare le società. Non esiste una civiltà italiana, una civiltà tedesca, una civiltà svizzera: esiste una civiltà umana».
La vicenda migratoria appare determinante per la crescita economica della Svizzera, ma il paese lancia a più riprese segnali di insofferenza e di chiusura verso gli stranieri, cui non si renderà sempre l’esistenza facile e dignitosa. Certo, stiamo pensando alla clandestinità e alla vergogna delle baracche. Espedienti per avere manodopera a costo sociale zero: niente famiglia significa che i figli degli immigrati non li devi neppure mandare a scuola e le baracche diventano la soluzione vantaggiosa per fornire alloggio in barba alla dignità e ai sentimenti delle persone.
Ma che rapporto ha la Svizzera con lo straniero, calcolando che un quinto della sua popolazione lo è? La Svizzera è una patria d’accoglienza? Toni Ricciardi, vogliamo partire proprio dal mito della tradizione umanitaria elvetica di un paese che ha dato prova di esercizio, applicazione e inventiva nel regolamentare la presenza straniera… Il primo a narrare della Svizzera come luogo d’accoglienza è stato Ugo Foscolo, che si riferiva agli esuli politici dell’Ottocento, i quali in terra elvetica trovarono in effetti ospitalità. Parallelamente possiamo osservare che la Svizzera in epoca contemporanea è stata più volte redarguita per avere ratificato in ritardo convenzioni internazionali sui diritti elementari: i diritti universali dell’uomo, di protezione dell’infanzia, dei lavoratori, delle donne. E sulla questione di genere, aprendo una parentesi, oggi in Europa la Svizzera è un paese che grida allo scandalo. Un’ambivalenza che però non ha pagato in termini di immagine: il fatto di essere la patria della Croce Rossa e il luogo dei trattati internazionali, ha favorito a livello internazionale la costruzione di brand positivo sulle questioni umanitarie. L’approccio della Svizzera con l’altro, con lo straniero va letto piuttosto attraverso l’analisi del quadro normativo che ha costruito per gestirne la presenza sul suo territorio. E allora parliamo del rapporto della Svizzera con l’immigrato e delle leggi che attorno a esso ha costruito, ricordando che, con la creazione della Polizia degli stranieri, l’altro viene rilevato come un problema di ordine pubblico…
La Svizzera negli anni Venti del Novecento si dota di una serie di strumenti legislativi, che la distinguono in Europa: è il primo paese continentale a costruire un’intelaiatura normativa per gestire il fenomeno migratorio all’interno dei suoi confini, e lo fa sull’onda del modello Usa. La Svizzera, che nel 1917 ha già creato la Polizia degli stranieri, è preoccupata in particolare per l’ascendente dei cittadini provenienti dalla Germania nei palazzi del potere elvetici. C’è allerta per l’influenza dei tedeschi nei posti decisionali e per il sovrappopolamento straniero in generale: in questo momento si gettano le basi della politica d’immigrazione elvetica, che si connota da subito come lotta contro la Überfremdung, l’inforestierimento del paese. Un dibattito interno che non si arresterà mai come dimostrano le campagne antistranieri degli anni Settanta, le votazioni degli anni Ottanta per limitare gli afflussi fino a giungere al 2014 con l’accettazione dell’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”. In sintesi, la presenza dello straniero in Svizzera è stata sostanzialmente tollerata per la manodopera a basso costo cui si poteva attingere, mentre al contempo si producevano leggi per regolare la presenza degli immigrati affinché fosse temporanea, e quindi funzionale agli interessi economici e produttivi del paese, e non stanziale. Uno straniero di cui si ha paradossalmente necessità, potremo anche dire di cui si ha fame.
Nel 2018 cade giustappunto il settantesimo dell’accordo sull’emigrazione firmato a Berna fra Svizzera e Italia.  Può spiegarci il contesto e che cosa comporterà per i due paesi la firma dell’accordo?
La Svizzera, uscita indenne dalla guerra, per la prima volta si impegna a sottoscrivere un accordo di reclutamento di immigrati. È un paese demograficamente vecchio, ha bisogno di un’enorme quantità di forza lavoro e dapprima guarda a braccia tedesche e austriache, come aveva fatto in passato. Non questa volta. L’Accordo del giugno 1948 va inserito nel contesto internazionale: sarà il governo geopolitico, gli Alleati, che indirizzano la Confederazione verso il bacino italiano.
L’Italia è un paese sconfitto in una collocazione determinante nel mondo diviso a blocchi che seguirà. Certo, anche l’Italia dovrebbe ricostruirsi e usare internamente la propria forza lavoro e invece incentiva a emigrare e a far ripartire i sistemi industriali ed economici dell’Europa. È la soluzione che viene vista per tamponare i problemi sociali del paese e che porterà – cito De Gaspari – soldi subito, senza aspettare il Piano Marshall. Con la Svizzera si applica il protocollo sperimentato due anni prima con il Belgio, che aveva inaugurato la stagione d’oro degli accordi di reclutamento da parte dell’Italia, che metteva in piedi il più grande sistema d’esportazione di uomini e donne che la storia occidentale ricordi. Sulle lavoratrici e i lavoratori, che accettano la fatica dell’emigrare, lauti guadagni…
L’Italia ci guadagna con le rimesse, che diventano un importante elemento di crescita economica. Il 1987 è un anno chiave: dalla Svizzera gli emigranti inviano in Italia ben 580 miliardi e 72 milioni di lire, cui vanno aggiunti quasi 700 miliardi di vaglia postali. Per capirne il peso e l’entità: queste rimesse rappresentano il 46% del totale europeo e il 36% del totale mondiale. La Svizzera invece strappa con l’accordo del 1948 la possibilità del reclutamento nominativo, che permette ai datori di lavoro di mandare nelle province italiane propri agenti a scegliere direttamente i lavoratori, dettando le condizioni che porterà a casi di sfruttamento e mancato rispetto delle condizioni di lavoro.

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