recensioni

Italia-Svizzera, così è cambiata l’emigrazione [Quotidiano del Sud, 15 aprile 2018]

Il volume di Ricciardi ricostruisce le dinamiche che hanno attraversato l’evoluzione del fenomeno migratorio

Red. cult. – Quotidiano del Sud, 15 aprile 2018, p. 22.

Era il 1945 quando Guido Dorso nella sua “Relazione sulla questione meridionale” sottolineava la centralità dell’emigrazione nella ricostruzione del paese “Se attraverso rinnovati contatti…nuovi capitali torneranno ad affluire ad opera dei nostri emigranti, il progetto di trasformare metà del Mezzogiorno in un grande frutteto e di industrializzare l’agricoltura potrà essere ripreso ed il nostro paese potrò rifiorire dopo tanto evo di sgoverno”. Un’idea non molto diversa da quella di Manlio Rossi Doria che sottolineava lo squilibrio tra risorse e popolazione nel Mezzogiorno, ponendo l’accento sul valore dell’emigrazione per garantire lo sfollamento delle campagne. Fino ad ammettere all’indomani del sisma dell’80 che solo grazie all’emigrazione le aree interne saranno riuscite a vincere la sfida contro la miseria. Quel che è certo è che intorno agli anni ’50 l’emigrazione, con un vero esodo dalle campagne, è parte integrante della società italiana e della narrazione che la caratterizza, dal cinema alla letteratura, né la riforma agraria, gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno, i progetti e le leggi per il Sud riusciranno a scalfirla. La stessa classe dirigente la userà come valvola di sfogo per arrestare il percorso di maturazione politica delle classi operaie e contadine. Lo sottolinea con forza Toni Ricciardi nel suo volume “Breve storia dell’emigrazione italiana in Svizzera”, Donzelli editore, consegnando una ricostruzione attenta dell’evoluzione del processo migratorio italiano in Svizzera, autentico unicum senza precedenti. Francia e Svizzera si contenderanno a cavallo del dopoguerra il primato dei flussi, in virtù delle loro floride condizioni economiche e della richiesta di manodopera non qualificata da utilizzare nell’industria manifatturiera. Tra il 1946 e il 1955, ci ricorda Ricciardi, la Svizzera attrasse da sola più di un quarto dell’intero contingente migratorio e la metà di quello diretto in Europa, trovando impiego nei settori tessile, lavori domestici, industria metalmeccanica, edilizia ed agricoltura. E sarà in quegli stessi anni che l’emigrazione verso la Svizzera conoscerà una progressiva meridionalizzazione, con in testa Puglia, Campania e Sicilia, Lecce (45054), Avellino (25.361) e Catania (19944), fra le province, contraddistinta da un livello d’istruzione piuttosto basso, che finiva col determinare anche una loro marginalità economica e alloggiativa.
Gli emigranti erano spesso costretti ad accettare anche case scadenti e baracche, a causa delle resistenze degli svizzeri a fittare agli italiani. Marginalità a cui si affiancava la separazione forzata dalla famiglia e quella strettamente politica, che escludeva gli emigranti dal diritto di voto e dalla partecipazione alla vita amministrativa, e dalla stessa vita sindacale. Ricciardi chiarisce più volte la differenza netta tra i vecchi migranti, operai qualificati, con una forte connotazione politica e i nuovi operai, nella maggior parte dei casi, contadini con una scarsa scolarizzazione e coscienza politica. Decisivo sarà perciò il ruolo rivestito dalle scuole di formazione professionale messe in campo dalle organizzazioni della migrazione italiana, dalle Acli all’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro, del Movimento Cattolico Svizzero dei lavoratori, dell’Inca-Cgil. Il 22 aprile 1965 la svolta, cambiavano le regole che disciplinavano l’arrivo dei migranti, con l’entrata in vigore del secondo accordo di reclutamento. Fino ad allora a prevalere era stato il modello di rotazione della manodopera straniera che aveva comunque prodotto non pochi vantaggi economici.
“I fattori – spiega Ricciardi – che spinsero la Svizzera a cambiare progressivamente l’impostazione in materia di ammissione furono dovuti al sistema economico che non era più in grado di soddisfare la crescente domanda di beni e servizi, alla progressiva accentuazione dei fenomeni xenofobi e alle crescenti pressioni esercitate dall’Italia per rinegoziare le condizioni dell’accordo del 1948”. Così i lavoratori stagionali che erano residenti in Svizzera da almeno cinque anni, acquisivano il diritto di cambiare impiego e una certa garanzia di dimora. Mentre i lavoratori stagionali che avevano lavorato in Svizzera per almeno 45 mesi conquistavano il diritto a un permesso di dimora annuale. Una legislazione, dunque, che cominciava a mettere in discussione la temporaneità della migrazione e a definire politiche che garantissero la stabilizzazione degli emigranti. Ma Ricciardi si sofferma anche sulle ragioni delle discriminazioni nei confronti degli italiani, in un momento in cui, intorno agli anni Sessanta, la Svizzera appariva oggetto di una vera invasione straniera, alimentando facili stereotipi, paure senza senso e un acceso dibattito sulla questione stranieri. Un’avversione che secondo Frisch nasceva, non tanto dal diverso credo religioso, ma dalla paura che potessero essere più bravi e più abili “in ogni modo il loro ingegno è diverso, diverso per esempio nell’assaporare la vita, nell’essere felici”. Malgrado i tentativi di stabilire un tetto massimo ai flussi migratori, il numero degli stranieri cresceva, tanto da raggiungere le 550.000 presenze nel 1974. Al tempo stesso diminuiva la percentuale degli stagionali, mentre aumentava il numero dei migranti che sceglievano di stabilirsi definitivamente nel paese. Il volume sottolinea bene come il processo di integrazione degli italiani fu piuttosto lento, reso possibile anche dal ruolo giocato ai fini della socializzazione dallo sport e dai media, dalla televisione al cinema, con il racconto affidato ai film, grazie a Alvaro Bizzarri, di una cultura migrante, che mostrava i sacrifici dei lavoratori italiani in Svizzera. Nascevano così progetti come “Un’ora per voi”, prima coproduzione fra due enti televisivi europei, rubrica in lingua italiana trasmessa nei palinsesti della televisione svizzera, nata dalla volontà di favorire il mantenimento di un legame con la madre patria. “Il programma – spiega Ricciardi – favorì la nascita del processo di formazione di nuove identità transnazionali, anticipatrici di una coscienza collettiva comunitaria”. Identità che spaziavano dalla naturalizzazione al ritorno al paese d’origine, fino alla doppia nazionalità. Nascevano anche i centri di contatto per italiani e svizzeri, così da sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni dei migranti. Sarà, però, il forte impatto emotivo causato da una tragedia a cambiare la percezione dell’identità migrante, a svegliare le coscienze degli svizzeri e degli stessi italiani.
Una valanga travolse il 30 agosto del 1965 88 operai e tecnici impegnati nella costruzione della diga di Mattmark che persero la vita nel disastro. Nel 1966 un altro grave incidente sul lavoro, nel Canton Ticino che costò la vita a 17 persone. Fu solo dopo questi disastri che si cominciò a discutere finalmente del livello di sicurezza dei lavoratori. Al tempo stesso la presenza dei migranti imponeva una ridefinizione delle politiche economiche locali.
Nel 1977, intanto, veniva presentata la prima iniziativa pro stranieri, che prese il nome dal comitato promotore “Essere solidali a favore di una nuova politica verso gli stranieri”, Mitenand, che significa “Essere solidali”, nata dalla volontà di combattere stereotipi e promuovere una legislazione fondata sui diritti dell’uomo e sulla parità di trattamento. Primo obiettivo era l’abolizione dello statuto degli stagionali ma l’iniziativa fu bocciata da tutti i cantoni della Confederazione. Tuttavia, dopo un forte freno imposto ai nuovi arrivi, la Svizzera riaprirà presto le porte alla migrazione, poco qualificata e flessibile. Questo, malgrado la decisione del Parlamento nel 2014 di restringere i criteri per la cittadinanza ai soli possessori di permanenza di dimora da almeno dieci anni e l’approvazione dell’iniziativa di limitare la libera circolazione dei cittadini comunitari. Oggi quella che vive in Svizzera è la terza comunità italiana nel mondo e la migrazione di oggi è certamente più complessa da interpretare, più mobile e differenziata nella sua provenienza. Se la presenza degli italiani si è oggi notevolmente stabilizzata, la nuova frontiera è rappresentata dai diritti di cittadinanza e il vero problema è rappresentato oggi da lavoratori clandestini e profughi. Nel 2016 sono state pari a ben 84 milioni e mezzo di euro le rimesse degli emigranti, favorite da una circolazione dei cittadini comunitari, certamente più semplice. Oggi l’italianità è apprezzata e si assiste alla ripresa di una nuova mobilità, con un crescente numero di frontalieri che si affianca ai lavoratori specializzati. Sono 300.000 i lavoratori che si recano ogni giorno in Svizzera per lavorare, 69000 provenienti dall’Italia e rappresentano, come gli stagionali, in passato una leva per tenere bassi i salari. Anche se, l’autore ci mette in guardia, il rischio che si ripropongano le tensioni del passato non è mai svanito. E la conferma arriva dal riaccendersi di nazionalismi e tendenze xenofobe in tutta Europa. Tuttavia, ad emergere con forza è il contributo offerto dalla migrazione alla crescita del paese che l’ha accolto e da cui è partita, non solo attraverso il fenomeno delle rimesse. Una riflessione che non può non far pensare all’Italia di oggi, costretta a fronteggiare immigrazione.

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