recensioni

Cavalli di razza – Quando la vita valeva meno del carbone (Gian Antonio Stella, Sette CorSera)

Gian Antonio Stella / Cavalli di razza
Quando la vita valeva meno del carbone. Un libro pieno di testimonianze ricorda la tragedia di Marcinelle di 6o anni fa. E racconta come venivano trattati gli italiani attratti con un imbroglio nelle miniere

Il volume di Toni Ricciardi, edito da Donzelli, contiene documenti straordinari sulla condizione dei lavoratori emigrati in Belgio.

IMG_4362«Una volta sono rimasto chiuso nove ore dentro una frana. (…) C’era gas e grisù. Io lavoravo in galleria, è crollata e sono rimasto con una spalla rotta, ma sono riuscito a spostarmi l’osso in avanti e nel buco ci ho messo un pezzo del mio pantalone per fermare il sangue. Fino a che c’era l’ossigeno stavo bene, poi l’ossigeno ha cominciato a scarseggiare e io sapevo che quando è così bisogna abbassarsi il più possibile perché l’ossigeno resta in basso. (…) Allora ho cominciato a chiamare e sopra sapevano che era rimasto un numero (io ero il 460), capiscono che sono vivo e battono. Poi infilano un tubo più piccolo in quello della turbina e mi parlano. Io rispondo. L’ingegnere capo mio amico quasi piangeva mentre mi parlava. Io avevo mangiato a casa sua ed eravamo amici. Ho spiegato che avevo una ferita ma che il sangue si era fermato. Allora attraverso il tubo mi fanno arrivare lì una siringa già pronta e mi dicono di farmela nella coscia. Così ho fatto, anche se potevo usare solo una mano. Dopo 7-8 ore sono riuscito a uscire…»
RIMPATRIO E GALERA. Gela il sangue, rileggere i ricordi di Nino G. nel libro Per un sacco di carbone pubblicato anni fa dalle Acli belghe. Immaginatevi quindi lo spavento, per i nostri emigrati, alla scoperta di cosa significasse lavorare nelle viscere della terra. «Dopo le prime ore in fondo alla mina, in media 250-500 minatori – un quarto, se non a volte la metà dell’intero contingente arrivato – stracciavano il contratto chiedendo a tutti i costi di essere destinati ad altra occupazione se non addirittura di essere rimpatriati immediatamente», scrive Toni Ricciardi in Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone, appena uscito per commemorare sessant’anni dopo la tragedia nella miniera.
Per esempio, racconta il libro edito da Donzelli, ricco di documenti e testimonianze straordinarie, «un gruppo di sette operai provenienti dalla provincia di Chieti, nel febbraio del1952, dopo avere preso visione solo in superficie della miniera, dichiarò di non voler nemmeno scendere nel fondo e chiese di essere rimpatriato in Italia. Il delegato che li accompagnava provò in tutti i modi a persuaderli, ma non ci fu verso. I sette dichiararono all’ufficio provinciale di Chieti che nessuno aveva detto loro che dovevano lavorare in fondo alla miniera, né aveva spiegato in cosa consistesse il lavoro». E sapete cosa succedeva a quegli italiani traditi da chi li aveva imbrogliati? Venivano trattati «come prigionieri di guerra».
Dice tutto un rapporto: «I lavoratori che chiedono di far ritorno in patria, come pure quelli presi in difetto dalla polizia per gli stranieri, sono trasportati nella più vicina prigione. Questi derelitti sono sottoposti alla medesima disciplina dei detenuti durante un periodo che può andare da io a più giorni dipendente dal fatto che si deve formare un contingente abbastanza importante prima di essere evacuati». Tradotti nel Petit-Chàteau, la galera più vicina, «i malcapitati venivano stipati anche in quaranta in celle di dieci metri per cinque. La latrina era fatta da buglioli posti nell’angolo della stanza che venivano svuotati due volte al giorno, mentre i letti erano sacchi di paglia buttati sul pavimento», scrive Ricciardi, «Per ripararsi dal freddo, visto che i vetri superiori delle finestre erano rotti, veniva concessa loro solo una piccola coperta. In più, i renitenti alla mina venivano sottoposti a un’ora d’aria forzata, durante la quale dovevano marciare come sotto le armi. Spogliati di ogni effetto personale, potevano radersi solo due volte la settimana. Infine, trascorsi i dieci o più giorni, chi, nonostante il trattamento rieducativo, continuava a rifiutarsi di ritornare in fondo a scavare carbone veniva scortato in un convoglio per detenuti in una delle stazioni di Bruxelles e, dopo aver rilevato le impronte digitali, era caricato sul treno speciale con tanto di foglio di via».
Mai dimenticare. Mai.

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