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Marcinelle, quando la vita valeva meno del carbone (l’Unione Sarda, 8 agosto 2016)

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Marisa Fois – l’Unione Sarda – 8 agosto 2016, p. 7.

Varcare il cancello in ferro del Bois du Cazier è come tornare indietro di 60 anni, al tristemente famoso 8 agosto 1956. Onnipresente nelle fotografie dell’epoca, è qui che numerose famiglie, mogli, figli hanno atteso per 15 giorni notizie dei loro cari, coinvolti nell’incendio che scoppiò nella miniera, a circa mille metri di profondità. A Marcinelle stamattina alle 8.10 i rintocchi della campana Maria Mater Orphanorum, posizionata nel piazzale vicina al pozzo numero uno, ricorderanno le 262 vittime della tragedia che costò la vita anche a 136 italiani e che rappresenta la catastrofe per antonomasia degli italiani all’estero.
Nel 1946, lo stesso anno in cui nacque la Repubblica, l’Italia firmò con il Belgio l’accordo minatore-carbone o braccia-carbone: la prima assicurava al secondo un contingente di almeno 2.000 minatori a settimana, in cambio di carbone belga, necessario per la ripresa economica della penisola, che però non arrivò mai. A partire furono soprattutto braccianti, attirati, da Nord a Sud, dai manifesti rosa che li invitavano ad emigrare, promettendo facili guadagni e una vita diversa, lontana dalla miseria dei loro paesini. Ovviamente nessun accenno riguardo a quanto li avrebbe aspettati nelle viscere della terra, al lavoro duro e disumano, alle baracche in cui sarebbero stati alloggiati, ex campi di concentramento.
Per non parlare del viaggio per arrivare a destinazione, su treni speciali, sigillati fino alla frontiera, in modo che chi cambiava idea non potesse tornare indietro. O della rete dei trafficanti dei migranti, persone senza scrupoli che illegalmente reclutavano i disperati di ieri, non molto diversamente da ciò che accade oggi. Per il governo italiano che, a differenza degli interessati, sapeva a cosa andavano incontro, la loro vita “valeva meno del carbone”, per parafrasare il sottotitolo di “Marcinelle 1956. Quando la vita valeva meno del carbone”(Donzelli 2016), dettagliato bilancio storiografico di Toni Ricciardi, che nel sessantesimo anniversario dalla tragedia di Marcinelle ricostruisce il percorso migratorio di migliaia di italiani, contribuendo attivamente alla memoria collettiva di una storia – e di tante storie – che non dovremmo mai dimenticare. Questo è anche l’obiettivo del suggestivo complesso museale del Bois du Cazier. Chiuso nel 1967 e poi abbandonato, il luogo della tragedia è stato rivalutato e risistemato, grazie soprattutto all’impegno e alla volontà delle associazioni di ex minatori e dei familiari delle vittime, ed aperto al pubblico nel 2002. Nella sala delle macchine estrattive, lo spazio 8 agosto ospita la proiezione ininterrotta di un filmato dell’epoca e 24 fotografie dedicate all’emigrazione italiana. Una in particolare, al centro dell’esposizione, ritrae un giovane italiano, appena arrivato in Belgio, attorniato dalle tipiche case basse a mattoncini dei complessi minerari del Nord Europa, che sorridente e in abito elegante posa in bicicletta. Un dettaglio colpisce subito: il giovane ha perso il braccio destro, a causa di un incidente, proprio in miniera, avvenuto il primo giorno di lavoro, a sedici anni. A raccontare la sua storia è il direttore del Bois du Cazier, Jean-Louis Delaet, che descrive la foto come la metafora della migrazione italiana in Belgio, così come era anche nelle intenzioni del curatore dell’esposizione: dopo molti decenni gli italiani possono sentirsi parte di un paese al quale hanno dato molto, ma sentiranno sempre la mancanza di qualcosa, di cui la miniera li ha privati e alla quale si sono sacrificati. Nello specifico i loro parenti, amici o colleghi morti a Marcinelle, in generale molto di più, non descrivibile a parole, che forse solo i migranti possono capire.
Il Bois du Cazier non ci racconta solo il nostro passato: il complesso museale è un filo rosso che arriva fino a oggi. Una sala, infatti, ospita la mostra sui minatori nel mondo. Foto, video e testimonianze dai maggiori complessi minerari, dal Canada alla Bolivia, passando dalla Polonia, al Congo, alla Mongolia, all’Indonesia, fino ad arrivare alla Turchia e al disastro di Soma del 2014, con un parallelismo tra le foto del 1956 e quelle di due anni fa, capaci di trasmettere la stessa disperazione e le stesse emozioni. Per quanto riguarda l’Italia, i video sono dedicati alle nostre miniere del Sulcis, ci raccontano una storia che conosciamo bene e ci ricordano quanto sacrificio e coraggio ci vogliono per fare il minatore.
In questo sessantesimo, Marcinelle non è solo il doveroso tributo all’emigrazione italiana, bensì anche il giusto riconoscimento a decine di migliaia di minatori che anche in Sardegna sono scesi nelle viscere della terra, hanno scavato e sono morti per contribuire allo sviluppo dell’Europa. Questo 8 agosto è anche un tributo a loro.

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