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Marcinelle ha squarciato un velo sull’ipocrisia occidentale del benessere (Gazzetta del Sud, 31 luglio 2016)

Domenico Nunnari - Gazzetta del Sud, 31luglio 2016, p. 11.

Domenico Nunnari – Gazzetta del Sud, 31luglio 2016, p. 11.

Nel disastro del Bois du Cazier di Marcinelle l’8 agosto 1956 morirono 262 persone di 12 nazionalità, di cui 136 italiane, che lasciarono tra Belgio e Italia 417 orfani (224 italiani). Marcinelle rappresenta ancora oggi, dopo sessant’anni, la più grave catastrofe che l’Europa contemporanea ricordi. Comunemente riconosciuta come la catastrofe degli italiani all’estero, anche se non fu la prima, né l’ultima, né quella col maggior numero di vittime italiane, rappresenta probabilmente il punto di non ritorno, uno dei tasselli più dolorosi del variegato mosaico della migrazione del mondo. La tragedia del Bois du Cazier si distingue dalle precedenti principalmente per la nuova modalità con cui venne allora raccontata dai media. L’attesa nella speranza di recuperare qualcuno, lo straziante dolore dei familiari dei minatori intrappolati nei pozzi, mogli e figli aggrappati per settimane ai cancelli della miniera, furono raccontati al mondo intero. A partire da Marcinelle il dolore privato diventò collettivo. Per giorni persone che ignoravano le condizioni di vita dei minatori restarono sintonizzate alla radio a seguire l’interminabile bollettino del dolore. All’improvviso, ci si rese conto di quanto fosse alto il costo del progresso di una parte d’Europa e soprattutto quel costo chi lo pagava, nel caso di Marcinelle con la vita. Per capire quella tragedia è utile partire da lontano, dalle origini ideologiche della emigrazione di Stato, come dice Toni Ricciardi, autore di “Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone” (Donzelli, pp. 175, euro 24, con un capitolo di Annacarla Valeriano sulla tragedia tra cronaca, documenti e immagini).
Ricciardi “rilegge” Marcinelle in relazione al fenomeno migratorio italiano che nel dopoguerra rappresentò per i Governi dell’epoca non solo la soluzione funzionale e il calmiere delle tensioni sociali, ma anche uno straordinario strumento per il reperimento di risorse economiche e materiali. L’accordo minatore-carbone tra il governo italiano e quello belga rappresenta il momento più disumano di un’intera epopea migratoria. L’impegno italiano era di favorire il flusso verso il Belgio di almeno 2000 minatori a settimana, in cambio di una fornitura di carbone, che però non arrivò mai. L’accordo fu siglato il 23 giugno 1946. In quel periodo l’Italia cercava faticosamente di darsi un assetto costituzionale e in una condizione d’incertezza totale sul proprio futuro gettò le basi organizzative di uno dei sistemi di manodopera più imponenti che la storia occidentale ricordi. Le piazze e i bar dei paesini da Nord a Sud vennero letteralmente tappezzati dai manifesti di colore rosa che invogliavano a partire per le miniere del Belgio. Partì un esercito di disperati, soprattutto da quelle zone meridionali che al termine del processo di unificazione nazionale si decise dovessero essere zone da sacrificare in ragione del progresso di altri territori. In Belgio i minatori italiani vissero in condizioni morali e materiali difficilissime. In quasi tutti i bacini carboniferi, le baracche che ospitavano i “macaronì” italiani e le rispettive famiglie non avevano acqua, gas ed elettricità e i bagni, tutti rigorosamente collettivi e all’aperto, privi di tetto tanto che bisognava munirsi di ombrello quando pioveva. Marcinelle è figlia anche di queste vergogne di una emigrazione di Stato sulla quale molti occhi sono rimasti chiusi. La tragedia del Bois du Cazier di Marcinelle ha squarciato un velo. Prima, della vita dei minatori si conosceva solo quanto aveva scritto Emile Zola in “Germinal”, probabilmente tra i più celebri romanzi di denuncia sociale, che diverrà uno dei manifesti politici della classe operaia. Il romanzo di Zola rappresenta, con sfumature diverse, l’inizio del lungo processo di mitizzazione della figura del minatore che, da povero diavolo in fondo alle viscere della terra, si trasforma, quasi due secoli dopo, in eroe e mito. Marcinelle con il suo carico di dolore è quasi il punto di congiunzione tra le pagine tristi e di denuncia di Zola e le cronache delle migrazioni odierne. Marcinelle sta in mezzo. Si pone come simbolo della fragilità su cui si è eretto il benessere di alcuni Paesi europei e del tributo umano di migliaia di vite che questo benessere hanno contribuito a realizzarlo. A volte con accordi dove l’uomo ha il prezzo di un vagone di carbone.

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