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Marcinelle e la memoria rimossa – il Mattino (10 luglio 2016)

Marcinelle e la memoria rimossa
Ricciardi ricorda quando i migranti eravamo noi. E cosa c’era dietro la tragedia dei minatori

Generoso Picone il Mattino - 10 luglio 2016, p. 22.

Generoso Picone
il Mattino – 10 luglio 2016, p. 22.

I manifesti erano di colore rosa, un incongruo e beffardo rosa. Comparvero sulle cantonate di tutti i Comuni d’Italia annunciando la buona novella: c’era un posto dove offrivano lavoro con buon stipendio, assegni familiari e vacanze pagate. Sarebbe bastato andare in Belgio e la vita avrebbe avuto la svolta. Niente di più e niente di meno. Le istruzioni indicavano le modalità di risposta alla chiamata, quindi il punto di raccolta alla Stazione di Milano dove nei tre piani sotterranei si sarebbero svolte le visite mediche per l’ammissione. Quindi il viaggio verso la realtà cruda e spietata: 50 ore in treno con caffellatte e 100 grammi di pane a testa ad accompagnare la razione di carne e verdura inscatolata negli Usa, per essere scaricati sulla linea Narmur-Liegi-Charleroi non negli scali destinati ai passeggeri ma in quelli per le merci, allineati secondo il pozzo di destinazione e inviati nelle baracche di legno eufemisticamente chiamate case, quelle utilizzate dai prigionieri russi durante l’occupazione nazista. Gli uomini giunti dalla Campania al Veneto, dalla Puglia all’Abruzzo, dalla Sicilia alla Basilicata, dal Molise e dal Lazio, accolti come «macaronì» diventavano presto «musi neri» per come si riduceva la faccia dopo ore e ore di fatica sotterranea nella miniera a scavare carbone. Senza maschera e protezioni, allora c’era nessuna norma a riguardo. Perché questo era l’Eldorado promesso dal rosa bugiardo dei manifesti.
Bisogna partire da qui per comprendere l’entità della tragedia di Marcinelle, della ferita profonda che avrebbe lasciato l’incendio divampato la mattina dell’8 agosto 1956 nel pozzo di Bois du Cazier uccidendo 262 minatori di 12 nazionalità, 136 dei quali italiani, a lutto un terzo delle provincie da Nord a Sud senza distinzione, Pescara, Avellino, Benevento, Campobasso, Carrara, Agrigento, Teramo, Treviso, Udine, Verona. «Tutti morti a quota 1035» avrebbe titolato «Il Mattino» del 24 agosto, al termine di una disperata e vana opera di soccorso nelle gallerie della morte. Scandì il momento più drammatico dell’intera epopea migratoria e Toni Ricciardi, storico della materia presso l’università di Ginevra, originario della provincia di Avellino ben debitrice di braccia per la fatica all’estero, lo racconta nel saggio Marcinelle, 1956 (con un capitolo di Annacarla Valeriano, Donzelli, pagg. 175, euro 24) che ha nel sottotitolo il senso del suo progetto: «Quando la vita valeva meno del carbone».
Il dramma consegna una verità pesante. Ricciardi l’anno scorso aveva dedicato la sua attenzione a un’altra «catastròfa» – per utilizzare la denominazione del romanzo che Paolo De Stefano dedicò nel 2011 proprio a Marcinelle -, Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana, 88 vittime il 30 agosto 1965. Ora, raccontando di Marcinelle, compone il quadro dell’emigrazione di Stato e mette in evidenza la funzionalità commerciale che promosse l’accordo di cui quei manifesti in rosa propagandavano magnificenze: quello del 18 aprile 1956 sulle intese tra l’Italia e il Belgio e l’altro del successivo 23 giugno cosiddetto «minatore-carbone». «Il governo italiano ci ha venduto, ogni minatore valeva 15 chili di carbone belga a giorno», denunciò proprio a Di Stefano 6 anni fa Mario Ziccardi da Ferrazzano in provincia di Campobasso, rimasto dal 1954 a Charleroi con tanto risentimento per la sua Patria traditrice. Toni Ricciardi va ancora più in profondità, ricorda il reportage di Nando Sampietro su «Epoca» del 29 settembre 1951 dove si legge che se un ministro del Lavoro impazzito avesse voluto richiamare in Italia i 50mila minatori l’economia del Belgio sarebbe andata a rotoli, e si chiede: «Per cosa sono morti?».
L’inchiesta ufficiale, per tanti versi scandalosa, accertò che il disastro avvenne per un difetto di comunicazione, l’errore umano del minatore Antonio Iannetta che non capiva bene il francese e sbagliò a manovrare un carrello che andò a sbattere con il fascio di fili elettrici ad alta tensione: lui, l’unico colpevole per i Tribunali, scappò in Canada e conservò la verità nella sua lingua sigillata da irriducibile emigrato della vita. Era partito per il Belgio a 28 anni, da Bojano in Molise con la moglie Maddalena e i figli Carmela e Donato. Aveva letto anche lui il manifesto rosa. «Dopo Marcinelle, il racconto delle catastrofi fu in grado di aprire un varco nella sensibilità delle persone che, da quel momento, sarebbero quasi riuscite a immedesimarsi», scrive Ricciardi. Più che una certezza, è una speranza 60 anni dopo.

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