interviste

«Come evitai una morte annunciata»

Di Nenna lavorava a Mattmark, lì fu travolto il padre e lui si salvò perché prolungò le ferie

Giulio D'Andrea - Il Mattino, ed. Avellino - 9 agosto 2015, p. 30.

Giulio D’Andrea – Il Mattino, ed. Avellino – 9 agosto 2015, p. 30.

La tragedia di Mattmark nel libro di Toni Ricciardi. La presentazione nel paese di Salvatore Di Nenna, un sopravvissuto alla catastrofe di 50 anni fa. Oggi alle 18,30 incontro con l’autore e con il testimone dell’epoca. Appuntamento a Montella, Villa De Marco. Il volume è «Morire a Mattmark – L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana» (Donzelli). In una giornata organizzata dall’associazione «La Ginestra», ne discuteranno, con Ricciardi, la presidentessa Anna Dello Buono, Paolo Saggese e Ivana Picariello. Ci sarà anche Salvatore Di Nenna, lui che in quell’agosto maledetto decise di restare qualche giorno in più a Montella: si era appena sposato. A Mattmark, dove 88 operai morirono nella costruzione di una diga, travolti dal crollo di un ghiacciaio, c’era anche suo padre Umberto. Lui non si salvò. Quella di Salvatore è una storia di dolore e rabbia, simbolo di un’epoca ma alla fine drammaticamente attuale. Di Nenna, lei oggi vive a Montella e tra qualche giorno saranno passati cinquanta anni dalla tragedia, da quella frana che in un cantiere travolse decine di lavoratori.

Cosa ricorda?
«Ricordo esattamente tutto. Avevo 17 anni quando mio padre mi ha portato in Svizzera per lavorare. Era il 1962. Quando ho visto per la prima volta quella neve e quelle montagne ero giovane. Pensai: “Mio padre mi ha portato a morire”. Invece io solo sono sopravvissuto, per puro caso».

I primi tempi però andò tutto bene, vero?
«I primi due anni sì. Il lavoro con l’impresa andava molto bene. Purtroppo in un altro cantiere, nel Cantone di Berna, morì mio fratello Guido. Lui morì per un fulmine, aveva 24 anni. Era il 29 agosto del 1964. La prima disgrazia della mia famiglia».

Siamo all’agosto del 1965. Lei torna a Montella per sposarsi.
«Sì, ero tornato a Montella in estate. Io ebbi due settimane di ferie, mio padre soltanto una. Mi ero appena sposato, però mio padre insisteva per farmi tornare in Svizzera a lavorare. Diceva che l’impresa ci aspettava. Ma io decisi di rimanere a Montella per le ferie che mi spettavano. E allora salutai mio padre e gli dissi che ci saremmo rivisti in Svizzera tra pochi giorni. Quel lunedì ero da mia zia con mia moglie. Alle 17 iniziai a sentirmi male. Ero sovrappensiero e avevo mal di stomaco. Alle 20, quasi per caso, accesi la televisione e seppi della valanga di Mattmark».

Che ha pensato esattamente quando ha visto il telegiornale?
«Ho pensato: “Se papà è andato a lavorare non c’è più niente da fare”. Ma il telegiornale faceva vedere solo la cartina del luogo. Mentre il giorno dopo l’altro mio fratello, che lavorava a Zurigo, ha cercato di raggiungere il cantiere. Era tutto transennato, si rese conto che non c’erano speranze però».

Il resto è storia di una tragedia che non ha colpevoli.
«Proprio così. Il corpo di mio padre fu ritrovato due mesi dopo i fatti. Noi operai e parenti delle vittime presentammo una denuncia, perché il ghiaccio si era mosso poco prima. Le nostre baracche erano a 2200 metri, il ghiacciaio a 4000 metri. I responsabili del cantiere erano andati a ispezionare la zona e avevano rassicurato tutti. Il venerdì prima della frana scese un pezzo di ghiaccio enorme a 100 metri dalla baracche degli operai. Sabato sera uno ancora più grande».

Nonostante questi avvertimenti nessuno diede l’allarme?
«No, l’impresa non consentì agli operai di andarsene né tolse le baracche. La causa non è servita a niente. Le udienze al grand hotel dove non mi fecero entrare, il Tribunale a Berna. Tante udienze e nessuna condanna. Ma qualcuno doveva sapere che cosa stava accadendo sotto al ghiacciaio».

Deluso dalla Svizzera e deluso dallo Stato italiano?
«Lo Stato italiano non è intervenuto a chiedere giustizia per tutti quei morti, ma non ci interessavano i soldi. Mia madre ebbe una piccola pensione, dalla Svizzera mandarono diecimila franchi a mia sorella piccola. Io volevo soltanto la verità. In Svizzera mi hanno portato per disperso per mesi, pensa un po’. Io poi sono tornato a Zurigo per lavoro, con la stessa impresa. Dopo qualche mese mi rimandarono nei pressi di Mattmark. Io non ce la facevo, mi feci spedire un telegramma urgente da mia moglie che era a Montella. Con una scusa tornai in Italia, sono qui da allora. Lo Stato doveva battere i piedi. Comunque a fine agosto torneremo a Mattmark, sono passati 50 anni dalla morte di mio padre e di tanti operai. Ah, vuole sapere una cosa?».

Prego, dica pure.
«Lo Stato italiano ci ha regalato un quadretto con una stella alpina durante una cerimonia. Ma io lavoravo tra le stelle alpine, le vedevo ogni giorno».

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