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Presentato a Roma il numero 196 di Studi Emigrazione “Le catastrofi del Fordismo in Migrazione”

Presentato a Roma il numero 196 di Studi Emigrazione “Le catastrofi del Fordismo in Migrazione”

Un’analisi globale sulle cause, gli avvenimenti e le conseguenze umane e sociali di queste tre grandi tragedie dell’emigrazione italiana e mondiale

Gli interventi di René Manenti (Cser), Michele Colucci (Cnr), Sandro Cattacin (Università di Ginevra), Matteo Sanfilippo (Università della Tuscia) e Toni Ricciardi, (Università di Ginevra)

 di Goffredo Morgia – Inform

foto 1ROMA – In occasione delle presentazione del numero 196 di “Studi Emigrazione” dal titolo “Le catastrofi del Fordismo in Migrazione”,  si è svolto a Roma , presso la sede di Via Danadolo del Cser, il convegno “ L’amara favola delle migrazioni: Mattmark, Marcinelle, Monongah”. L’incontro è stato aperto dal direttore del Centro Sudi Emigrazione di Roma René Manenti che ha ricordato come lo Cser,  con i suoi 60.000 libri, da cinquant’anni sia impegnato sul fronte dello studio dei fenomeni migratori. “Le tragedie dell’emigrazione purtroppo non sono solo del passato, – ha poi affermato Manenti – ancora oggi infatti nel Mediterraneo e in altre parti del mondo tanti migranti perdono la vita. L’incontro di oggi vuol anche dare in qualche modo voce e riconoscere il sacrificio di queste persone”.

Ha poi preso la parola Michele Colucci del Cnr di Napoli che ha evidenziato come una delle novità di questo numero della rivista “Studi Emigrazione” vada individuata nella capacità degli autori di affrontare le catastrofi simbolo dell’emigrazione italiana con uno sguardo globale e di lungo periodo che permette di inquadrare le cause di questi drammatici episodi, lo svolgimento e soprattutto le conseguenze umane e sociali delle tragedie.  Uno sguardo d’insieme, in cui non manca l’approfondimento sui risarcimenti alle vittime di Mattmark, Marcinelle e Monongah, che per Colucci consente, evitando di concentrare la ricerca solo sul drammatico esito finale della vita dei lavoratori coinvolti nelle tragedie, di ricostruire ampi percorsi  di vita di queste persone.

“Dal lavoro –  ha aggiunto  Colucci – emerge inoltre come queste storie abbiano in  comune, non soltanto la morte di tanti migranti, ma anche una precisa collocazione in campo  industriale, ovvero il tema delle risorse e dell’energia e le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori impegnati in questo settore”.  Colucci, dopo aver sottolineato la necessità di capire quale sia stato il ruolo del sindacato in queste drammatiche vicende, ha inoltre evidenziato l’esigenza di approfondire sia i tanti incidenti sul lavoro che hanno caratterizzato il periodo storico antecedente alle tragedie di Monongah e Marcinelle, sia il capitolo delle malattie di lavoro, come ad esempio quello della silicosi per i minatori in Belgio. Problemi che, per Colucci, vanno compresi e inquadrati storicamente. Colucci ha infine segnalato come in questi gravi episodi la memoria delle migrazioni non sia mai stata un fenomeno neutrale, ma anzi si presti a strumentalizzazioni di tipo politico. Un contesto, quest’ultimo, che, per il ricercatore, andrebbe ulteriormente indagato al fine di capire quali siano i soggetti che attivano le politiche della memoria e con quali obiettivi.

Sandro Cattacin dell’Università di Ginevra ha invece sottolineato come le catastrofi prese in considerazione da  questo numero di “Studi Emigrazione” vadano a colpire specifici gruppi di persone povere e svantaggiate che devono confrontarsi con chi detiene il potere economico e industriale. Drammi del lavoro che ora , a causa delle migrazioni, assumono dimensione sovrannazionale poiché colpiscono operai e minatori di varie nazionalità. Per Cattacin nel periodo “Fordista” in questa “società del rischio” entra in gioco anche un altro fattore che accomuna le tragedie di Mattmark, Marcinelle e Monongah e cioè la sfida dell’uomo che cerca di controllare la natura attraverso la tecnologia, con rischi sempre più calcolati, ma anche con crescenti responsabilità. Cattacin si è poi soffermato sull’analisi storca del “Fordismo” evidenziando come in questo periodo , caratterizzato da un appiattimento della società sul concetto di tecnocrazia e dalla “dittatura della conoscenza”, cresca il fabbisogno di modesta manodopera per la costruzione e la produzione energetica, con il conseguente aumento delle migrazioni. Cattacin ha inoltre ricordato come l’organizzazione scientifica del lavoro (Fordismo), che in parte si svincola dal controllo democratico e non ha una sua priorità nella sicurezza sul lavoro,  prenda nuovo impulso vitale, a causa dello sforzo per la produzione bellica, nei due conflitti mondiali per poi proseguire fino al 1968 con il ritorno delle società civile.

foto 3Dal canto suo Matteo Sanfilippo, dell’Università della Tuscia, ha posto in evidenza le profonde differenze del mondo del lavoro americano ed europeo in cui ebbero luogo le tragedie di Mattmark, Marcinelle e Monongah. “Negli Stati Uniti – ha spiegato Sanfilippo – all’epoca di Monongah vi era un mondo del lavoro caratterizzato da reazioni violente dove i minatori scioperanti e i cosi detti ‘crumiri’si confrontano con le armi… Il tutto era calato nella violenza. Intorno alla miniera sorgeva poi una città che era di proprietà della compagnia della mineraria. Quindi gli operai americani erano alla fine più indifesi rispetto a quelli americani” .Sanfilippo , dopo aver  ricordato i tentativi falliti dei singoli stati di origine dei minatori deceduti nelle catastrofi di ottenere risarcimenti per le vittime, ha sottolineato come “ Queste tragedie siano legate alla sfida degli esseri umani alla natura, ma anche alla necessità del profitto che ha superato i limiti della sicurezza”.

foto 4Ha infine preso la parola Toni Ricciardi, dell’Università di Ginevra, che ha segnalato come, nonostante la tragedia di Mattmark rappresenti la più grande catastrofe della storia dell’industrializzazione elvetica, questa dramma del lavoro sia stata praticamente dimenticato, al contrario di Marcinelle che oggi nell’immaginario collettivo rappresenta un simbolo dell’emigrazione collettivo. Ricciardi ha poi evidenziato come la tragedia dimenticata di Mattmark rappresenti un forte punto di cesura delle storia, sia perché avviene in un momento chiave del percorso dell’emigrazione italiana in Svizzera, una realtà migratoria divenuta sempre più stanziale , sia perché in quegli anni, stiamo parlando del 1965, l’Italia sta ormai raggiungendo l’apice della sua crescita economica.

“Mattmark – ha spiegato Ricciardi – è una ferita ancora aperta in cui il lutto non è stato maturato, ma allo stesso tempo questa tragedia rappresenta un modello di cambiamento per la sicurezza sul lavoro e le politiche migratorie e un caso unico per quanto riguarda i rimborsi per le famiglie delle vittime che saranno i più alti delle storia dell’emigrazione italiana. E questo grazie al fatto che gli operai erano assicurati e alla catena di solidarietà che venne messa in moto per la raccolta fondi in favore delle famiglie delle vittime”. Ricciardi ha poi ricordato anche il costante impegno dell’associazione Bellunesi nel mondo per il mantenimento della memoria di questa tragedia.  “La nostra ambizione finale – ha concluso Ricciardi – è quella di ricordare all’opinione pubblica e alle prossime generazioni un pezzo di memoria che per cinquant’anni è stato praticamente cancellato dalla cronologia della storia ”.

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