recensioni

Italiani in Svizzera, storie di precarietà

Nel volume di Ricciardi l’evoluzione del fenomeno emigrazione in territorio elvetico, capace di accogliere dal Secondo dopoguerra fino alla metà degli anni Settanta il 50% delle partenze, a partire dalle Colonie Libere

Floriana GuerrieroCorriere dell'Irpinia - 31 marzo 2013, p.24

Floriana Guerriero
Corriere dell’Irpinia – 31 marzo 2013, p.24

E’ una ricostruzione attenta dell’evoluzione del fenomeno emigrazione in Svizzera, capace di accogliere dal Secondo dopoguerra fino alla metà degli anni Settanta il 50% del flusso migratorio, quella che offre Toni Ricciardi nel suo volume “Associazionismo ed emigrazione. Storia delle colonie libere e degli italiani in Svizzera”. Una ricostruzione che parte da un dato, la fortissima presenza di strutture associative tra gli immigrati italiani. E’ così che nel 1943 mentre l’Italia è costretta a fare i conti con le asprezze della seconda guerra mondiale nasce in Svizzera la Federazione delle Colonie Libere Italiane dall’impegno degli esuli del fascismo accolti sul terreno svizzero e dal desiderio di tutelare i diritti degli immigrati italiani. Del resto, fin dall’inizio del XX secolo si era costituita in Svizzera una vera e propria rete degli esuli del fascismo, Ingasci, De Donno, Schiavetti e ancora uomini come Ignazio Silone ed Egidio Reale. Nel 1927 era nata, ad esempio, la Società Mansarda dall’incontro di socialisti, repubblicani, comunisti, anarchici e liberali. E proprio l’azione di Reale, primo ambasciatore d’Italia a Berna sarà decisivo per giungere nel 1948 al primo trattato di reclutamento di manodopera straniera. Ricciardi sottolinea con forza il carattere antifascista della Federazione delle Colonie Libere, frutto dell’intuizione di  Schiavetti e di una costante collaborazione tra i nuclei antifascisti di Zurigo e di Ginevra che conoscerà, però, anche momenti di contrasto. Una delle polemiche riguarderà l’atteggiamento da assumere nei confronti di chi avesse collaborato con i fascisti, frattura che si ricucirà a poco a poco intorno agli ideali di libertà, giustizia e pace, più volte ribaditi dall’associazione  nel tentativo di conquistare tre le proprie fila anche lavoratori che non si fossero mai apertamente esposti contro il fascismo. L’idea era quella di unire tutti i gruppi e associazioni nate tra gli immigrati con l’obiettivo di contrapporsi al fascismo.

“In definitiva – spiega Ricciardi – non si trattò di un’operazione strumentale e meramente organizzativa, bensì dell’impresa di innovare strumentalmente l’antifascismo italiano, trasformando le cittadelle elitarie del ventennio, strenuamente difese da una pattuglia di fedelissimi, in organizzazioni popolari di massa, capaci in quel momento di crisi e di disorientamento, di funzionare come polo di aggregazione per tutti gli italiani della cosiddetta emigrazione permanente”.

Le Colonie divennero sedi di dibattiti e confronti sui problemi dell’emigrazione italiana, un autentico laboratorio democratico che guardava costantemente a quanto accadeva in Italia e cercava di sostenere la Resistenza in tutti i modi anche attraverso il sostegno ai rifugiati civili e militari. All’indomani della guerra i flussi verso la Svizzera si intensificheranno, confermando la Svizzera come prima meta dell’emigrazione italiana, ad arrivare è però una manodopera troppo spesso dequalificata professionalmente e impreparata culturalmente, per la quale non è facile inserirsi in una differente società.

Ricciardi ripercorre le battaglie della Federazione delle Colonie libere per tutelare i lavoratori emigranti, fino ad allora abbandonati a loro sé stessi, la difficile contrattazione avviata con le autorità elvetiche per offrire loro un sostegno. Non è un caso, infatti, che i rimpatri dalla Svizzera superino ben presto le 100.000 unità, a conferma della politica a lungo adottata dal governo svizzero nei confronti degli emigranti, evitare la stabilizzazione nel rispetto del principio di rotazione della manodopera (Per i rimpatri non si scenderà mai al di sotto del 68% sfiorando quasi il 90% nel 1956).

Ma quello che arriva dall’Italia è anche un flusso difficile da controllare a causa degli ingressi irregolari e delle chiamate parallele, causati proprio dall’irrigidimento legislativo. Molto spesso la forza lavoro è ingaggiata direttamente dalle aziende svizzere, nei settori dell’edilizia e dell’industria tessile e permessi/visti a chiamata diretta sono concessi dalle autorità consolari italiane. Bisognerà aspettare il 22 giugno 1948 perché si giunga ad un accordo con la Confederazione elvetica sul reclutamento della manodopera. Ad essere sancito sarà il modello svizzero di rotazione con contratti di lavoro a termine ma rinnovabili per i lavoratori stagionali e annuali. Se da un lato venivano stabilite uguali condizioni salariali e lavorative per gli immigrati, non esisteva per loro nessuna garanzia sociale, a partire dall’assicurazione contro la disoccupazione. Era questo accordo il chiaro frutto di una strategia internazionale e di un patto con la Democrazia Cristiana per garantire al paese la possibilità di tenere sotto controllo tensioni sociali e insieme evitare che il comunismo conquistasse nuovi proseliti.  Un accordo che non poteva però soddisfare in pieno le Colonie libere che daranno battaglia su due delle questioni più urgenti, dai tempi per il rilascio dei permessi di dimora allo statuto dei lavoratori stagionali, condizione che sarà abolita solo nel 2002 per volontà dell’Unione Europea. Una battaglia che avrà come principale bersaglio proprio il governo italiano, colpevole di aver peggiorato lo status giuridico degli italiani in Svizzera, si passava, infatti, da cinque a dieci anni, per ottenere il permesso di domicilio. Ma la rete di accoglienza e sostegno creata dalla Colonie Libere è fatta anche di iniziative legate alla formazione professionale, culturale e ricreativa, con la promozione di autentiche catene di solidarietà per le tragedie accadute in Italia come nel caso del terremoto dell’ ’80 in Irpinia a conferma del legame sempre vivo con la madre patria. L’imperativo è unico, evitare iniziative dalla chiara matrice politico-sindacale per non creare attriti con la Confederazione elvetica assolutamente contraria alla politicizzazione dell’emigrazione. Ad essere negata di fatto ai cittadini stranieri era la libertà di espressione e di associazione politica. Una scelta non certo casuale. Ricciardi sottolinea, infatti, come nel quadro della progressiva divisione dell’Europa in due blocchi, gli immigrati apparissero al governo elvetico una massa incontrollabile,  capace di mettere in discussione la sicurezza interna del paese, spesso proprio perché politicizzata. Si spiega così la progressiva diffusione della prassi dell’espulsione degli immigrati per attività comunista o fascista, con un atteggiamento certamente molto più morbido nei confronti dei “fascisti” a causa delle pressioni che arrivavano dal governo di Roma.

Nel 1989 presso il ministero pubblico della Confederazione venivano scoperti schedari e fondi documentari che dimostravano come il governo avesse sorvegliato e registrato in appositi dossier 800.000 persone ed organizzazioni, usando queste informazioni sia in funzione delle espulsioni per attività comunista che come deterrente nei confronti dei datori di lavoro. Ad impreziosire il volume dettagliate tabelle di dati che ci consentono di comprendere la portata del fenomeno emigrazione verso la Svizzera che coinvolgerà con forza anche il Mezzogiorno con lavoratori impiegati sostanzialmente in cinque settori: tessile, lavori domestici, edilizia, metalmeccanico ed agricoltura. Nel decennio dal 1946 al 1955 i flussi da tutte le regioni meridionali sono pari al 45% delle partenze con una netta meridionalizzazione del fenomeno migratorio che si accentua sempre di più, e così la prima regione è la Puglia, è immediatamente seguita da Campania, Sicilia e Calabria. A spopolarsi sono inevitabilmente le aree interne, innanzitutto Avellino con un – 8% e Benevento con un – 8,5%. Un fenomeno, ci ricorda l’autore, causato non soltanto dalle condizioni di miserie in cui viveva una parte della popolazione ma incoraggiata dallo stesso governo italiano che la considerava una “valvola di sfogo” per il paese, capace al tempo stesso di arrestare il processo di maturazione politica delle masse operaie.   Ricciardi si sofferma sulla difficoltà incontrate dai meridionali nell’integrarsi nel nuovo paese, anche a causa di una mancata specializzazione professionale, fortemente condizionati dal contesto socio-culturale di provenienza. Difficoltà legate alla precarietà che a volte si traducevano in manifestazioni di devianza psichica, come dimostra l’interessante testimonianza  dello psichiatra Michele Risso, colpito dai comportamenti dei pazienti meridionali che riconducevano molti dei loro sintomi ad influssi magici, fatture o malocchio. La stessa Federazione delle Colonie Libere dovette fare i conti con le diverse caratteristiche dell’ondata migratoria proveniente dal Sud, caratterizzata da un forte analfabetismo e da un basso livello di politicizzazione delle masse.  Mentre aumentavano le difficoltà legata alla ricerca di una casa, a causa dei pregiudizi degli svizzeri che non volevano saperne di affittare a chi era abituato a vivere “Tra porci e galline” ed erano incapaci di superare incomprensioni e diffidenze. Uno dei problemi fu, dunque, proprio l’emarginazione a cui furono progressivamente condannati i meridionali emigrati in Svizzera, un’emarginazione culturale, economica, a causa della scarsa propensione agli investimenti, familiare, a causa dell’allontanamento dal nucleo familiare, politico-sindacale, a causa dell’esclusione dall’esercizio al voto. Saranno queste le battaglie sulle quali si concentreranno gli sforzi della Fclis, dai permessi soggiorno alla questione degli stagionali e ancora al ricongiungimento familiare. Ad emergere la consapevolezza che “Lo scandalo – come scrive Leonardo Zanier, presidente onorario Fclis – per gli emigrati non è Schwarzenbach, è lo statuto di operaio stagionale, è in generale la condizione che ci è riservata, in Svizzera come in Francia, a stagionali e non. La tranquillità con cui ci possono rimandare al nostro paese. La possibilità di organizzare un’economia con noi e una vita civile senza di noi”. Intanto, il 22 aprile 1965 entrava in vigore il secondo accordo di reclutamento della manodopera tra Svizzera e Italia, frutto di una complessa negoziazione per superare una regolamentazione fino ad allora molto rigida delle mobilità occupazionali con la Svizzera costretta a non poche concessioni in fatto di diritti per non perdere il privilegio sulla manodopera italiana. Mentre appariva sempre più antieconomica la politica della rotazione della manodopera con una chiara tendenza verso la stabilizzazione dei lavoratori emigranti.

E’ così che l’emigrazione da valvola di sfogo per l’Italia diventa valvola di sicurezza per il sistema economico elvetico: negli anni della crisi petrolifera, a cavallo degli anni 70, gli stranieri diventano ammortizzatori congiunturali “…grossa parte degli stranieri – scriveva Ricciardi – disponeva soltanto di un permesso di lavoro annuale e il mancato rinnovo dello stesso consentiva al governo di Berna, da un lato, di tutelare i settori più colpiti dalla crisi, facilitando l’espulsione della manodopera, dall’altro di non fare crescere il tasso di disoccupazione. La crisi economica sarà il miglior alleato del governo elvetico consentendogli di esportare la propria disoccupazione”. Intanto, prendono sempre più piede le politiche xenofobe, il panico per l’invasione, l’inforestieramento, l’Überfremdung, si pone al centro del dibattito politico ed intellettuale della Svizzera, ne è un esempio l’iniziativa Schwarzenbach che poneva un limite alla percentuale straniera che non doveva superare il 10% per cantone con una politica che porterà alla graduale definizione delle quote annuali. Al tempo stesso si rafforzano i rapporti della Federazione delle Colonie Libere con partiti, sindacati e movimenti svizzeri, mentre si intensifica la presenza dell’associazionismo, la Federazione non è più l’unica organizzazione democratica presente sul territorio elvetico. Fino alla prima iniziativa pro stranieri Mitenand (termine che sta per “essere solidali”) maturata nel 1977.  L’obiettivo è quello di riformulare l’art. 69 della Costituzione federale e di abolire lo statuto degli stagionali, garantendo piena parità di diritti agli stranieri. Il Consiglio federale, da parte sua, difendeva a spada tratta l’idea della necessità di limitare il numero di entrate e lo statuto degli stagionali, ritenendolo fondamentale in alcuni settori dell’economia. Il 5 aprile 1981 l’iniziativa del Mitenand veniva respinta da tutti i Cantoni della Federazione con l’84% di voti contrari.  Così i promotori del Mitenand commentavano la sconfitta “Probabilmente gli svizzeri non sono né peggiori, né più xenofobi di quanto non lo siano altre popolazioni. Ciò che deve essere condannato in questo paese non è il popolo bensì molto di più i rapporti del potere politico. Il dominio degli interessi economici in quasi tutte le sfere sociali è allarmante”. Si assiste così ad una progressiva istituzionalizzazione della xenofobia mentre la Svizzera riapre le porte nel 1983-84 all’immigrazione poco qualificata, flessibile e precaria.

Preziose le testimonianze e lettere che corredano il volume, restituendo le sofferenze della quotidianità, come racconta la moglie di uno stagionale in un’intervista rilasciata alla FCLIS nel 1970. “Io ho il contratto annuale. Mio marito vive in una baracca dell’impresa. Mentre io divido una camera con tre ragazze. È quasi impossibile vederci soli, e fare l’amore. E poi c’è la paura che venga un figlio: in questi casi la polizia ce lo manda fuori dalla Svizzera, perché gli stagionali, si dice, non possono avere figli. Quando mio marito finisce il contratto torna a casa per un mese, mentre io resto qui. Abbiamo due bambini al paese, una di sei anni e un’altra di quattro. Stanno con la nonna e io sento molto il distacco con le figlie che vorrei educare personalmente. Ma è impossibile formarsi una famiglia qui perché mio marito è stagionale. Ha tentato tante volte di passare annuale, ma inutilmente”. Una storia quella dell’emigrazione italiana in Svizzera, segnata da tragedie come quelle di Mattmark – una valanga alle 16.35 di lunedì 30 agosto 1965 investì un cantiere per la costruzione di una diga, uccidendo  56 lavoratori italiani – o ancora dalla triste diffusione del fenomeno dei bambini clandestini – stando alle analisi dei giornali, alle inchieste, ai film documentari, come “Lo stagionale”, essi oscillarono, nel solo decennio 1970, tra 10.000 e 15.000 – che è tutt’altro che conclusa. Oggi, ci ricorda Ricciardi, le autorità elvetiche sono chiamate a rispondere a “nuove sfide, determinate dalla differenziazione dei motivi d’immigrazione e dalla trasformazione del contesto politico”. (Corriere dell’Irpinia)

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