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Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera

Lo scandalo per gli emigrati non è Schwarzenbach, è lo statuto di operaio stagionale, è in generale la condizione che ci è riservata, in Svizzera come in Francia, a stagionali e non. La tranquillità con cui ci possono rimandare al nostro paese. La possibilità di organizzare un’economia con noi e una vita civile senza di noi.» Leonardo Zanier  (Presidente onorario FCLIS)

Redazione culturaIl Corriere degli italiani - Zurigo 13 marzo 2013

Redazione cultura
Il Corriere degli italiani – Zurigo
13 marzo 2013

Le miniere di carbone in Belgio, le industrie in Germania, gli ultimi viaggi transoceanici nell’America Latina o verso l’Australia: sono queste le immagini che vengono subito in mente pensando agli italiani all’estero. Al contrario, la Svizzera – che dal secondo dopoguerra e fino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso ha accolto da sola quasi il cinquanta per cento del flusso migratorio italiano – per lungo tempo è stata sottovalutata e quasi dimenticata dalla storiografia nazionale, nonostante abbia attirato milioni di italiani, prevalentemente del Nord-Nordest e poi, a partire dagli anni Sessanta, del Sud. Come poco conosciuta è anche la storia della tragedia di Mattmark, la Marcinelle dimenticata.
Non esiste Paese europeo che, come la Svizzera, abbia visto una diffusione capillare dell’associazionismo in emigrazione. E qui, dove si è vissuto il più poderoso sviluppo economico dell’immediato dopoguerra, nel 1943 venne fondata la Federazione delle Colonie Libere in Svizzera (FCLIS), un’eccezione senza precedenti nella storia dell’associazionismo italiano in emigrazione, nata dall’esigenza di assicurare una rappresentanza unitaria di tutti gli italiani e degli esuli del fascismo. Mentre l’Italia era alle prese con la sua liberazione, le Colonie Libere rappresentarono il primo modello laico di supporto e assistenza agli emigrati.

Toni Ricciardi racconta la presenza italiana in Svizzera a partire dal secondo dopoguerra e durante tutta la fase della Guerra fredda. Una presenza che sarà caratterizzata da stagionalità e precarietà, oltre che da un alto tasso di clandestinità, la pagina più buia e poco conosciuta dell’immenso mosaico dell’emigrazione italiana, con protagonisti migliaia di bambini.

Durante la ricerca si è fatto ricorso a diverse fonti italiane e soprattutto svizzere: lettere, circolari, materiale di propaganda, quotidiani e riviste dell’epoca, inchieste, atti congressuali e di convegni, documenti diplomatici e della polizia degli stranieri, atti parlamentari. Determinanti sono stati i fondi presenti presso lo Schweizerisches Sozialarchiv di Zurigo, utilizzati come fonte primaria.

Si tratta di una approfondita indagine che ripercorre le tappe che vanno dalla fondazione della Società Mansarda nel 1927 alla costituzione della Colonia Libera Italiana di Zurigo nel 1930, il nucleo fondante dal quale, nel 1943, nascerà la Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera, tappe che conducono quindi all’indomani del secondo conflitto mondiale (1945-1955) quando Italia e Svizzera si accordano sul reclutamento, quando si predispongono attività di accoglienza e di tutela dell’emigrazione di massa, e che ripercorrono successivamente l’evoluzione e la crescita dei flussi all’inizio del miracolo economico con la cosiddetta grande ondata meridionale (1956-1964); e quindi la FCLIS tra crisi economica, integrazione e xenofobia (1965-1975) con presupposti e primi tentativi di arginare la “Überfremdung”, il dopo Schwarzenbach e i Trent’anni all’insegna dello stagionale; e come cambia l’associazionismo in emigrazione (1976-1989).

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